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Finalmente è arrivato il grande giorno del Manaslu circuit. Oggi ci allontaniamo dalla città diretti alla montagna, in modo lento come piace a noi. Questa volta ci sarà con noi una guida, scelta quasi obbligata per muoversi in questi luoghi. Partiamo dall’albergo dove alloggiamo, diretti alla stazione dei bus. Saliamo su uno di quelli locali, usato dalla gente del posto per muoversi dalla città alla campagna. Se la guida in città è caotica, appena fuori diventa senza regole, l’unica regola valida è il clacson, che viene usato sempre come gesto di avviso, mai con rabbia. La cosa è molto divertente per noi che siamo abituati ad altro. Dopo circa tre ore arriviamo all’ultima cittadina che tocchiamo con il bus, è da qui che ha inizio la strada sterrata.

Il super-bus

Il bus strabocca di gente, notiamo che nessuno di loro ha paura ad invadere la zona comfort della persona vicina, come se fossimo una cosa sola. Una persona anziana ha bisogno di sedersi e dopo averlo chiesto si siede sulle gambe di un passeggero. Succede che i bambini vomitano per le grosse buche che il bus deve affrontare e tutti si muovono per far arrivare i sacchetti all’interessato. Dalla strada si alza continuamente un gran polverone… il nostro bus è tutto scassettato ma riesce a fare cose impensabili nonostante le enormi buche. Siamo sballottati come patate e tanto impolverati! È stato un viaggio epico, divertente e stremante allo stesso tempo, diciamo meditativo. Scendiamo ad Arughat Bazar e dopo aver camminato per circa dieci minuti prendiamo possesso dei nostri letti per la notte.

Paesaggio dei primi giorni di cammino

Il nostro cammino di circa due settimane ha inizio. Partiamo alle 7 di mattina da Arughat Bazar (570m), un paese abbastanza grande, con vari negozi e con case in muratura. All’uscita del villaggio iniziamo a vedere le prime case fatte di lamiera o per i più fortunati di legno, sicuramente case di persone povere. Camminiamo su una strada ancora percorribile dai bus, anche se molte persone per spostarsi da villaggio in villaggio usano la moto o ancora più spesso le proprie gambe. Il paesaggio circostante è ricco di risaie, che iniziano in piana e poi grazie ai terrazzamenti salgono per un po’ sulla collina. La strada carrabile dura poco, circa metà itinerario di questo primo giorno; per i prossimi 10 giorni passeremo villaggi raggiungibili soltanto a piedi. La maggior parte dei centri abitati che passiamo sono composti da poche case, per la maggior parte in lamiera e in legno, senza pavimento e spesso con un fuoco acceso dentro. I bambini molto spesso, dopo un gentile “Namastè”, ci chiedono penne, cioccolata o palloncini, probabilmente qualcuno prima di noi ha donato loro queste cose. Alloggeremo a Lapubesi (880m) questa sera: terrazzamenti scolpiti nella montagna facilitano la coltivazione del riso e caratterizzano il paesaggio.

Costruzioni in lamiera: ristoro per i passanti lungo il fiume Gandaki

Nei giorni seguenti camminiamo a metà monte, in una valle stretta scavata dal fiume Gandaki che stiamo riasalendo verso la sua sorgente. La strada sulla quale camminiamo è vitale per gli abitanti di questi luoghi, tutto si svolge e si muove su di essa: veniamo spesso sorpassati da carovane di muli composte dagli 8 ai 30 animali, guidate da due o tre uomini o ragazzetti, importantissimo mezzo per trasportare merci pesanti ai villaggi più remoti…si potrebbero considerare come i nostri tir; uomini minutini che portano di tutto sulle loro schiene, anche carichi più grossi di loro, da gabbie piene di polli a borsoni per le spedizioni verso le alte vette; donne di tutte le età con ceste piene di legna, o semplicemente persone e intere famiglie che si spostano di villaggio in villaggio. Tutto questo in una strada non molto semplice da camminare, con molti sali-scendi e con molte pietre che complicano l’andare. Passando si vedono anche i vari lavori che qui si svolgono: ad esempio, persone che imballano la sabbia del fiume e la caricano sui muli per chissà quale meta; oppure proprio con quella stessa sabbia producono mattoni che lasciano “cuocere” al sole. I villaggi più grandi hanno negozietti dove gli abitanti possono trovare tutto il necessario per vivere qui: vestiti, beni alimentari, elettrodomestici base e raramente anche giocattoli. Il secondo giorno dormiamo a Dobhan (1070m). In questi primi giorni fa molto caldo durante il giorno, il che ci affatica ulteriormente.

Muli carichi di merce attraversano il fiume su un ponte tibetano

Con il cammino di oggi entriamo nella Manaslu Conservation Area, precisamente a Jagat (1410m). Da qui in poi i villaggi sono per la maggioranza in pietra o mattoni e seguono la tradizione buddhista: lo si nota dalle bandierine colorate che ci sono all’ingresso degli stessi e dai buddha scolpiti sulle pietre durante il cammino. Una volta entrati nella Manaslu Conservation Area il traffico di persone a piedi va lentamente scemando, molto probabilmente i commerci si muovono in un’altra direzione, iniziamo ad essere molto vicini al confine col Tibet (Cina). Non è raro vedere al bordo del sentiero piccoli mulini dove, grazie alla forza dell’acqua che fa muovere l’elica e di conseguenza la macina, le persone del posto producono la farina di mais. La strada diventa tutta un sali-scendi, molto difficile e faticosa da camminare. Vediamo per la prima volta le mucche da latte a pascolare o che condividono la strada con noi, sono più piccole delle nostre, forse perché devono percorrere anche loro sentieri stretti e lo spazio per il pascolo non è molto. Philim (1590m), Bihi Phedi (2130m) e Namrung (2660m) sono i villaggi dove alloggiamo i primi tre giorni nella Manaslu Conservation Area.

Piccolo Stupa con bandiere buddiste all’entrata di un villaggio

Da Namrung arriveremo a Syala (3520m). I villaggi e i sentieri che attraversiamo oggi dedicano più spazio a monumenti ricordanti il Buddha rispetto a quelli dei giorni passati. Oltre alle carovane di muli che ricominciamo a vedere, si aggiungono anche quelle di yak, un grosso bovino dal pelo lungo tipico di queste zone. Arriviamo a Lho (3300m) per pranzo, è un grande villaggio contornato da campi di grano. Sopra la collinetta che domina il villaggio si erge un grande monastero buddhista, decidiamo di andare a visitarlo.

Vista dall’alto di Lho (3300m), contornato da campi di grano

I monaci o apprendisti monaci, molto giovani, ci guidano nel nostro breve tour attraverso il monastero che è suddiviso in più stabili, per finire nella sala delle cerimonie. Qui vediamo tutti i vari strumenti utilizzati: dalle conchiglie giganti usate come trombe ai corni tibetani e vari tamburi; statue giganti del buddha adornano un lato della stanza, con sotto varie donazioni in forma di cibo. Ripartiamo soddisfatti da questo pezzo di tradizione nepalese, pronti a fare altre due ore di cammino per arrivare a Syala, dove dormiremo. Da qui possiamo ammirare molto bene le imponenti cime circostanti, anche quella del Monte Manaslu che con i suoi 8163 m di altezza è l’ottava cima mondiale. La strada di questo villaggio è trafficata di continuo da yak, muli e naturalmente persone.

Syala con il Monte Manaslu (8163 m) sullo sfondo

Questi primi sei giorni di cammino intorno al Manaslu (8163m) ci hanno catapultato in un altro mondo. Qui la vita scorre lenta, una concezione e un ritmo di vita per noi occidentali impossibile anche solo da pensare. Queste strade sono per noi “semplici” sentieri di montagna, ma per chi abita qui sono vie di importanza vitale. I sentieri sono pieni di vita: c’è chi viaggia in tenuta quotidiana con bambini al seguito, chi dirige carovane di muli, chi viaggia con dei supercarichi sulla schiena… spostamenti di ordinaria amministrazione insomma. La cosa buffa è che noi ci muoviamo su queste stesse vie con scarponi da trekking, mentre qui quasi tutti si muovono con agilità in ciabatte o infradito su sentieri al limite. La vita da queste parti è dura, non c’è dubbio, a fine giornata possono arrivare sicuramente stanchi, ma non stressati. I villaggi a tradizione buddista seguono le parole del Buddha che dice loro di non uccidere animali per cibarsi della loro carne; anche se questi vengono trattati come tali, senza tanti complimenti, spinti con bastoni, frustini o sassi. Da Syala andremo a Samdo, dove sosteremo per un giorno di acclimatazione, non possiamo salire troppo velocemente, altrimenti rischiamo il mal di montagna dovuto alla carenza d’ossigeno e la camminata potrebbe finire. Dopo la pausa a Samdo (3690m) arriveremo al Larke Pass (5106m) per poi riscendere a Bimtang (3720m), tutto questo in un giorno solo.

All’entrata della Manaslu Conservation Area

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